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Me ne vado

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Rassegna HOME MADE febbraio – maggio 2016

19 e 20 Febbraio 2016 alle 21
Abitazione privata, Piacenza *

ME NE VADO
di e con Marcela Serli

*L’indirizzo della casa che ospiterà lo spettacolo verrà comunicato solo agli spettatori prenotati il giorno stesso dello spettacolo.

Andarsene è il pensiero costante di chi si sente straniero nel proprio paese, di chi si sente straniero ovunque. Come se la salvezza fosse muoversi! Chissà qual è la salvezza, chissà dove sta. Questa è la domanda che mi pongo.

Progetto vincitore del Premio “Emergenze 2009” con il sostegno della Provincia di Massa Carrara e dell’Associazione Arts Village
Primo premio “I racconti dell’isola” Isolacasateatro (Milano)

Me ne vado è un piccolo dolore. Parla delle paure che ho. Parla dell’odio che provo e che credo proviamo.
Parla del desiderio di andarsene, anche da se stessi.
Me ne vado è un viaggio crudele ma ironico intorno al mondo. Intorno alle storie del mondo. Quelle storie che hanno fatto sì che gli uomini partano, se ne vadano. Se ne vadano alla ricerca di un luogo felice. O almeno vivibile.
Nel ’99 sono stata in Albania, l’Albania si mostrò eccessivamente forte davanti ai miei occhi, per non vederla. Mi sorprese quel “paesaggio umano” così somigliante a quello della mia città, Tucumàn, in Argentina, così somigliante a Trieste, in quell’Istria che lasciò mio padre, alla Beirut che lasciò mio nonno quando se ne andò alla volta di Tucumàn.
Chiamo “paesaggio umano” quel paesaggio urbano, misto tra gente e luogo, misto tra abitanti di un luogo e il luogo stesso. Questi uomini e la loro terra non possono essere separati, perché questa terra ha fatto diventare così questi uomini, e questi uomini hanno fatto di questa terra quello che è.
Sono legati loro malgrado per sempre. Anche quando se ne vanno.
Così è stato per mio nonno.
Così è stato per mio padre.
Così per me.
Le ragioni. Quando le ragioni diventano troppo urgenti, quando le ragioni si fanno così numerose da accavallarsi, da mescolarsi fra di loro, fino a diventare solo una melma illogica di ragioni. A quel punto non c’è famiglia, non c’è amore, non c’è patria che tenga. Il tuo partire diventa urgente, come una bomba, come una guerra, diventa cieco. E le ragioni se ne vanno a puttane. Perché a quel punto l’urgenza è diventata tutto.
Ecco, ho deciso di scrivere un testo che raccontasse, non in forma di narrazione, ma in forma di situazioni-poetiche, l’andarsene. Ho deciso di scegliere anche un punto di vista: il mio. E presumere dunque, che il mio arbitrario punto di vista, possa essere sufficiente, per raccontarvi questa storia.

Me ne vado è uno sfogo. È lo sfogo di quattro generazioni di emigranti.

Lo spettacolo costruisce momenti di forte interazione con il pubblico, creando spazi di spaesamento profondo che riguardano sia le tematiche che lo attraversano sia l’idea di allestimento in sé. Annunciando all’inizio provocatoriamente che non ci sono né scenografia, né costumi, né tecnico (infatti sono io a dare luci e musiche dal palcoscenico), né attori, metto in evidenza la precarietà della ricerca di questo luogo – non luogo, dove vivere e da dove andarsene.

Marcela Serli

Recensioni

“[…] la Commissione ha deciso di assegnare il Premio Emergenze 2009 all’Associazione ARTS VILLAGE con lo spettacolo “Me ne vado”, del quale ha apprezzato non solo la bravura dell’attriceregista, ma anche l’originalità del testo e la struttura della messa in scena […]”

“…Marcela come simbolo dell’intreccio di razze e culture, con tante radici che il più possente baobab le fa un baffo, che si è trovata anch’essa un bel giorno a dire Me ne vado!, sale con coraggio sul palco per sbattere in faccia ai presenti in sala, in maniera impietosa, ironica e coinvolgente, il disagio sociale di chiunque sia stato costretto, a dispetto dell’amore per la propria terra natia, ad avventurarsi verso terre ignote.
Senza scenografia, praticamente senza costumi, senza l’aiuto di fonici e macchinisti, con un accompagnamento musicale che gestisce da sola grazie a un cd-player portatile. Dirigendosi da sola. Alla faccia dei tagli al FUS. Con l’abilità dell’attrice professionista, con gesti, danze, mimica e canti curati nel minimo dettaglio e con repentini cambi tonali a rappresentare il passaggio da un personaggio all’altro. Ma soprattutto con un testo scritto di suo pugno. Più precisamente, un testo che lei racconta, modificandolo, adeguandolo, completandolo, decostruendolo e ricostruendolo di volta in volta. Una specie di work-in-progress quindi, le ho suggerito, ma mi ha corretta, perché i lavori in corso prima o poi assumono una forma definitiva, mentre il suo progetto non sarà mai definitivo.
Un lavoro in continua evoluzione. Oltre dieci anni fa, un viaggio in Albania, ‘paese europeo terzomondista’, l’ha colpita al punto da far ribollire in lei un’urgenza che da allora non l’ha più abbandonata. Si è resa conto che la povertà, la crudeltà della vita, la disperazione, le ingiustizie, la violenza, le guerre, le alluvioni, i terremoti, le persecuzioni, le torture, la privazione delle libertà e dei diritti umani fondamentali sono fenomeni transculturali che non conoscono confini geografici. Che la sensazione di spaesamento e straniamento provati nello spazio fisico, culturale e spirituale che gli emigranti raggiungono nella loro ricerca di un posto sotto il sole è un filo rosso che collega i destini umani più disparati.
Marcela, che pur onestamente e sinceramente ammette una certa dose di (sano) egocentrismo, non ha dunque ideato questo progetto per raccontare la propria storia attraverso questi temi. Al contrario: ha sfruttato i frammenti di vita di quattro generazioni della sua famiglia come cornice ideale entro la quale racchiudere un viaggio attraverso un immaginario atlante dei luoghi comuni non solo geografici, tra ironia e giochi di parole che ammantano di leggerezza anche i ‘me ne vado’ più tragici.
Come una mitragliatrice che ti punge nel vivo con la consapevolezza sociale mentre ti scuoti dalle risa di fronte alla colorata immagine del frigorifero di sua madre, Gladys Emilia Nader Harb Schamun Sharshura Abu alias Nené, di padre libanese, nel quale si accumulano le pietanze della sua infanzia arabeggiante – il couscous e il tahine, le pietanze dell’infanzia argentina dei suoi figli – le empanadas, e le pietanze dell’infanzia del marito italiano-slavo-istriano-triestino – gli spaghetti e la jota…”
Tamara Lipovec, Primorsky

“…“andarsene è il pensiero costante di chi si sente’ straniero nel proprio paese, di chi si sente straniero ovunque. Come se la salvezza fosse muoversi! Chissà qual è la salvezza, chissà dove sta”.
Questa è la domanda che si pone la brava attrice-regista, facendo fluire parole e sentimenti con un testo originale e poetico, aiutato da una scena nuda con solo un vecchio amplificatore collegato a un piccolo lettore CD ad azione manuale e un pedalino per azionare il cambio di luci, l’ideale per farci ascoltare la voce di viaggiatori disperati, in fuga dall’ipocrisia, dalle contraddizioni e dalle bugie della propria terra. Un viaggio crudele e ironico e un«paesaggio umano» dove il denominatore comune è la povertà.
La Serli (o Scherlich, prima che il Fascismo imponesse l’italianizzazione del cognome) affascina la platea per la semplicità, il modo diretto e senza artifici con cui organizza il suo racconto facendoci entrare nell’universo del «loser», del perdente costretto a fuggire coltivando nel cuore un intenso desiderio di riscatto…”
Giorgio Thoeni, AzIon, Sctthn “Migro”Ticino

“…Marcela rallenta il ritmo dell’esposizione dei fatti e concede respiro al pubblico facendolo interagire con lei, invitandolo sul palco a deporre le barchette di carta confezionate con i fogli distribuiti da lei stessa agli spettatori.
Il prologo e i brevi intermezzi spiegano la genesi del lavoro, le difficoltà tecniche e le ragioni della versione “minimale “ dello spettacolo. Sono questi i momenti più teatrali, vivacizzati dal sapore dello scherzo, dell’autoironia e dell’onesta finzione dovuta alla scena. Il pregio maggiore dello spettacolo è dato dall’intensità con cui l’attrice sente e comunica i diversi temi. I fatti narrati non perdono la loro gravità, per quanto sfiorati, così come Marcela dice di aver sorvolato sopra i paesi che non ha mai voluto visitare per non conoscere nefandezze intollerabili. Eppure, a questa brava attrice basta un cenno, un’espressione, un timbro di voce per esternare il suo sconcerto, la sua indignazione per un mondo che non è certamente “il migliore possibile”…”
Gianni Cianchi, Il Giornale del Friuli

“Intenso Applaudito monologo in scena al Teatro Miela. L’altrove è nei cromosomi dell’attrice Marcela Serli.”
Roberto Canziani, Il Piccolo

“Bisogna ammetterlo: difficilmente capita di prendere posto a teatro e vedere l’attrice principale che spazza le tavole del palco con una scopa. Ma lo spettacolo “Me ne vado” di e con Marcela Serli […] è “iniziato” proprio così. Anche se di inizio è difficile parlare, perché questa piccola donna argentina, minuta e con lunghi capelli biondi, accoglie gli spettatori – anche quelli giunti in netto ritardo – in un clima intimo e familiare.
Racconta i retroscena di questo spettacolo: la versione estesa e quella short; il budget scarno, che la costringe a essere tecnico audio e luci (grazie a un mixer sistemato su un tavolino e a un lettore cd per le musiche); a rinunciare alla scenografia; ai costumi e, perfino, all’attrice: «La faccio io, che non sono malaccio». Interagisce col pubblico, consegnando pagine del copione che non usa più; ne fa costruire delle barchette e chiede che le tengano per sé. Fa ridere tutti, di pancia, con la sua comicità e spontanea verve.
Sembra una stand-up comedy e per certi versi lo è. Perché la comicità è l’origine di questo testo e, senza di essa, la tragedia che Marcela racconta, non avrebbe lo stesso effetto devastante. […] Si “ride” con questo spettacolo, ma è una risata amara che ritorna due volte allo spettatore carica di dolore e disperazione solo dopo che la sua vera natura viene scoperta, le situazioni si sono esaurite e la tragedia è già stata compiuta. Si ricorre alla commedia per esorcizzare il dramma: due facce della stessa medaglia che in questa pièce devono coesistere.
È brava per questo Marcela perché, in un mare di barchette che il pubblico le riconsegna a fine spettacolo, porta gli spettatori a una catarsi commossa e guadagna – oltre a un lungo applauso –, una più che meritata standing ovation.
Miriam Guinea, Corriere della Calabria
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Info e prenotazioni

Prenotazione obbligatoria ai numeri 348.4535270 o 380.3061872
mail homemadeteatro@gmail.com
facebook.com/HOMEMADETEATRO

  • Il ritrovo sarà fissato un quarto d’ora prima dell’inizio dello spettacolo
  • L’indirizzo della casa che ospiterà lo spettacolo verrà comunicato solo agli spettatori prenotati il giorno stesso di spettacolo
  • I posti sono limitati: max 25 spettatori a serata
  • Biglietto €15

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